Alessandro Tricarico
Fotografo

Category: Articoli

L’incendio nella notte ai margini delle baracche

Da Il Manifesto Del 16 Febbraio 2019
Di Alessandro Tricarico
San Ferdinando (RC)

Nell’accampamento. Sono 2.600 i migranti sistemati in alloggi di fortuna. Moussa Ba, morto nel rogo, viveva in un rimorchio per cavalli. Era venuto due mesi fa per la raccolta degli agrumi

Nel territorio di San Ferdinando, in provincia di Reggio Calabria, ci sono 5.000 residenti. Nella baraccopoli dove questa notte ha perso la vita Moussa Ba, 28 anni, vivono circa 2.600 migranti.

Moussa era uno delle decine di migliaia di migranti che vivono in Italia, parlano italiano e per sopravvivere sono costretti a fare il girotondo del lavoro stagionale: Sicilia, Calabria, Campania, Puglia. E poi ancora e ancora, senza potersi fermare e rifiatare. Fino a quando non ti viene tolto, in maniera del tutto arbitraria, il permesso di soggiorno, e così diventa anche troppo rischioso andare a vivere in una tendopoli. Devi muoverti, sempre. Se ti fermi sei perduto.

Qui a San Ferdinando aveva trovato riparo in un rimorchio per cavalli trovato (o comprato) chissà dove. Ci vivevano in tre, per la precisione. Fortunatamente gli altri due non erano presenti al momento dell’incendio. Lui era andato a dormire presto perché la mattina dopo si sarebbe dovuto svegliare alle 4 per andare a lavorare. I suoi compagni di stanza, invece, non avevano trovato lavoro in questo finale di stagione. Paradossalmente, la disoccupazione ha salvato loro la vita.

Paco, Senegalese di 57 anni, era amico di Moussa. Si incontravano ogni volta che la ruota delle verdure di stagione era ferma sul simbolo delle arance. Mi dice che Moussa era venuto qui 2 mesi fa per la raccolta, con le dinamiche di sfruttamento che ormai tutti conoscono. Moussa viveva al margine del campo di San Ferdinando, nelle ultime baracche costruite all’occorrenza per ospitare persone durante la raccolta degli agrumi.

Tra le lamiere bruciate, vicino ad alcune pentole carbonizzate c’è Vincent, 40 anni non compiuti e passaporto ghanese. Si rigira tra le mani un paio di forbici da potatura. Quel cumulo di plastica bruciata era la sua casa, ad un paio di metri dai resti della baracca di Moussa circondata da nastro bianco e rosso. Mi dice che qualcuno ha battuto i pugni sulle pareti svegliandolo di soprassalto durante l’incendio. Tutti insieme hanno cominciato a spingere le baracche di cartone verso il fuoco, in infradito, canottiera e storditi dal sonno e dal fumo acre. L’obiettivo era di evitare che il rogo si propagasse verso l’interno. Hanno salvato centinaia di vite.

Ali, 35 anni, viene dal Senegal ed era amico di Moussa. Mi racconta che ieri sera hanno mangiato insieme e come sempre sono andati a letto presto. La piana dove sorge la baraccopoli al calare di sole è molto umida e il freddo ti entra nelle ossa. Mangiavano e parlavano del più e del meno. Mi dice che Moussa era un ragazzo solare, riusciva a trovare la felicità anche in fondo ad una scodella di riso. Negli ultimi giorni gli aveva confidato sorridendo che avrebbe voluto fare una sorpresa a sua madre in Senegal.

Invece un vento di ponente lo ha spazzato via come un residuo secco di una potatura senza terra che negli ultimi mesi ha reso l’Italia un posto più buio.

Braccia nere, contribuiti ai bianchi

da Il Manifesto del 18 Aprile 2017
di Alessandro Tricarico
Foggia

È passato poco più di un mese dallo sgombero del Ghetto di Rignano, anche se sembra che da queste parti non sia cambiato nulla: tutte le mattine decine di migranti sulle loro pesanti biciclette in ferro partono per andare al lavoro nei campi. Li incontriamo costeggiando gli immensi campi di grano che si inchinano al passare del vento, immagine simbolo dell’agricoltura di queste zone al pari dei suoi ulivi nodosi. Poco più avanti, quando lo sterrato lascia spazio all’asfalto, scorgiamo altri banchi di ciclisti, con telai in carbonio e tute dai colori cangianti. Ci rendiamo conto di aver appena attraversato un confine immaginario.

LA MARCIA Siamo diretti a Borgo Mezzanone, frazione del comune di Manfredonia. Oggi c’è la marcia No-Caporalato promossa da Leonardo Palmisano insieme ad un gruppo di scrittori e intellettuali. Il luogo dell’incontro è simbolico, in questa piccola frazione a vocazione agricola, oltre al Cara, esistono due ghetti divisi per provenienza: quello detto «dei bulgari» e la pista di decollo del vecchio aeroporto che ospita le baracche degli africani. In quest’ultimo la presenza di migranti provenienti dal Ghetto di Rignano è aumentata dopo lo sgombero. Come anche i furgoncini dei caporali e lo sfruttamento della prostituzione. Tra le tante sigle che hanno aderito a questa marcia troviamo Amnesty, Migrantes, Granoro e Lega Coop Puglia. Ci sono anche dei ragazzi di Libera arrivati da Torino. La richiesta principale è l’aumento di controlli da parte dell’ispettorato del lavoro, così da garantire un regolare contratto a chi realmente coltiva la terra.

STORIA DI MUSTAFA Mustafa trentenne somalo, ci racconta che nonostante sia stato assunto con un regolare contratto agricolo, gli sono state dichiarate all’Inps soltanto 5 giornate di lavoro a fronte di un mese di raccolta. Chiediamo a Mustafa come mai, lui alza le spalle in segno di resa: da queste parti funziona così. Complice anche la legge che permette alle aziende agricole di aggiornare trimestralmente il registro d’impresa. Decidendo, ad esempio, quante giornate attribuire a ciascun lavoratore solo a raccolta finita, con tutte le ingiustizie e i ricatti che ne conseguono. (Legge 28 novembre 1996, n. 608)

Infatti, secondo il segretario provinciale della Cgil Daniele Calamita «la compravendita delle giornate agricole è una pratica ancora presente. Tra le cause principali troviamo la disoccupazione dilagante che attanaglia la nostra provincia e un mancato sviluppo territoriale partecipato. Purtroppo viviamo in un clima di totale illegalità». Stando alle tabelle Inps sul lavoro agricolo, nel 2015 la percentuale di lavoratori italiani dichiarati nell’agro di Foggia aumenta con l’aumentare delle giornate lavorative, mentre il numero dei lavoratori africani diminuisce: gli italiani con meno di 10 giornate lavorative sono il 16,19%, percentuale che cresce al 66,33% quando le giornate dichiarate sono più di 51, limite minimo annuale per accedere ai sussidi. Mentre la percentuale di lavoratori stranieri passa dal 31,85% (10gg) al 5,17% (51gg).

FALSI BRACCIANTI Questi dati, però, sono facilmente confutabili passeggiando nelle campagne foggiane durante i periodi di messa a dimora delle piante stagionali o durante la raccolta. Il meccanismo è semplice e rodato: un imprenditore utilizza manodopera in nero – spesso stranieri sprovvisti di documenti – attraverso il caporale, vendendo a sua volta il requisito contributivo, al costo di 15-20 euro per giornata di lavoro, a suoi parenti o amici, oppure a estranei, questi ultimi tramite i consulenti del lavoro o dipendenti di associazioni di categoria. I finti braccianti si versano a loro volta i contributi necessari per poter ricevere l’assegno di disoccupazione, malattia, maternità e benefit familiari. Due mesi di finto lavoro seguiti da reali assegni di disoccupazione.

C’è persino chi ha creato finte aziende agricole con l’obiettivo di vendere giornate di lavoro. Tutti lo sanno e a tutti sta bene. Un dipendente di una delle principali associazioni di categoria, che preferisce restare anonimo, lo conferma: «Qui in ufficio ho la fila di persone che vorrebbero comprare le giornate di lavoro per le loro mogli o i loro figli», una pratica più che usuale, «pensa che delle circa 200 aziende che seguo, negli ultimi 2 anni solo tre hanno ricevuto dei controlli dall’ispettorato del lavoro e in nessuna di queste sono state rilevate anomalie».

Avere un ghetto dal quale attingere braccia a basso costo gioca a favore di questa logica perversa. A ciò va aggiunta la sudditanza psicologica e linguistica dei lavoratori africani, dovuta alla ghettizzazione e alla mancanza di reti relazionali al di fuori di esso. Una subordinazione molto preziosa per le aziende e i caporali che fanno affari alle loro spalle.

Radere al suolo i ghetti non serve a niente se al contempo non si riesce a capire che il fulcro del problema è all’interno dei meccanismi di assunzione. Nel 2014 Guglielmo Minervini lo aveva intuito. Con il progetto «Capo free-Ghetto out» mise a disposizione 800.000 euro da utilizzare come incentivo per le aziende che assumono lavoratori stranieri: 500 euro per ogni assunzione non inferiore a 156 giornate lavorative nel biennio oppure 300 euro per ogni assunzione sotto le 20 giornate. Gran parte di quei soldi (circa 700.000 euro), a distanza di 3 anni, sono ancora lì. Quasi nessuna impresa ha beneficiato dei fondi per paura di essere mappata e vedersi costretta, in futuro, a regolarizzare i migranti anche dopo l’esaurimento degli incentivi.

Nel frattempo, nelle due strutture messe a disposizione dalla regione, casa Sankara e masseria Arena, le giornate trascorrono lentamente e i ragazzi bivaccano in attesa che qualcuno decida di attingere alle liste di lavoro. Alcuni di loro si sono organizzati e hanno già chiamato il loro caporale, magari riducendosi lo scarno salario pattuito a causa del rischio e delle distanze che il caporale è obbligato a percorrere. Anche se per pochi soldi, meglio lavorare che vagare nel nulla. Difatti i furgoncini arrugginiti con targhe dell’Est Europa transitano tranquillamente davanti a questi centri, presidiati, nel migliore dei casi, da un paio di volontari della protezione civile.

I FALSI AMICI Anche se il ghetto fisicamente non c’è più, il sistema di accoglienza e smistamento lavorativo che si è generato al suo interno negli ultimi 15 anni ne esce indubbiamente rafforzato. Molti lavoratori migranti hanno trovato in queste baracche una società disposta ad accoglierli, a dar loro un lavoro. Spesso per i più giovani che non parlano italiano, il caporale e la maman nigeriana sono gli unici punti di riferimento. Soprattutto se in alternativa c’è la mancata accoglienza da parte di una Foggia sempre più intollerante e xenofoba, che crea così condizione di inferiorità sociale e di emarginazione.

STORIA DI KEITA Un esempio è il maliano Keita Haroun, arrivato in Italia nel 2011 e da allora residente del ghetto; in un ottimo inglese dice, con fierezza, di essere l’unico barbiere della baraccopoli. Scorre sul suo telefono le foto dei suoi clienti: teste rasate con motivi tribali disegnati in bassorilievo sul cuoio capelluto. Non parla né capisce una sola parola di italiano, questo perché in 6 anni non ha mai avuto necessità di spostarsi dal ghetto. Lì aveva un negozio che gli permetteva di vivere dignitosamente e, pagando una tangente, era sicuro che fosse l’unico a fornire quel tipo di servizio.

Lui, come tanti, in questo luogo ha trovato il proprio lavoro che nulla ha a che vedere con l’agricoltura, contribuendo alla creazione di una vera e propria borgata con tutti i tipi di servizi: dal meccanico al macellaio, dall’emporio al bar. Tutto questo in una zona franca con le mille sfumature di illegalità che ne conseguono.

 

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Fuoco a terra

da Il Manifesto del 3 Marzo 2017
di Alessandro Tricarico
Ghetto di Rignano (Foggia)

Alla fine è successo. Il Ghetto di Rignano è stato sgomberato dalle ruspe ma due ragazzi originari del Mali sono morti dopo che un incendio, scoppiato nella notte, ha raso al suolo gran parte del campo. Ieri mattina colonne di fumo nero facevano da sfondo a dozzine di migranti che si allontanavano con le poche cose messe assieme negli anni: un materasso, una bombola del gas o un bidone per fitofarmaci pieno di acqua potabile. Sembra Calais ma siamo Foggia, nel granaio di Italia.

Il 1 marzo inizia lo sgombero della baraccopoli, disposto dalla Dda di Bari nell’ambito di indagini avviate nel marzo del 2016 e culminate con il sequestro con facoltà d’uso della baraccopoli per presunte infiltrazioni della criminalità. Nonostante le ruspe siano sul posto e la zona sia stata sottoposta a sequestro, il giorno seguente una delegazione di abitanti del ghetto si dirige verso Foggia per incontrare il prefetto. La manifestazione sfila per la città con cartelli che recitano «Vivere Ghetto». Chiedono di poter restare nelle proprie baracche, così da non perdere quei contatti lavorativi maturati negli anni: un privilegio che vale meno di 3 euro l’ora.

La notte tra il 2 e il 3 marzo un incendio distrugge parte del campo, quasi 5.000 mq di case di cartone carbonizzate. Al loro interno dormono alcuni migranti che, miracolosamente, riescono a fuggire, tranne due ragazzi. Si chiamavano Mamadou Konate e Nouhou Doumbia, avevano 33 e 36 anni e venivano entrambi dal Mali. Una delle due vittime, Konate, è stato trovato disteso su una brandina, carbonizzato. L’altro è stato trovato vicino l’uscita della baracca.
Non è la prima volta che le case di cartone del Ghetto vanno a fuoco. Questo, ad esempio, è il terzo incendio di grosse dimensioni che avviene solo nell’ultimo anno. Mai nessuno però era ancora morto durante questi episodi.
La procura di Foggia ha escluso la matrice dolosa, anche se per alcuni le cose non sono andate esattamente così: «L’incendio del ghetto di Rignano è doloso perché molti lavoratori non hanno gradito lo sgombero. E’ un gesto di protesta paradossale, da condannare perché nessuno ha il diritto di uccidere; ma resta un tragico gesto di protesta», dice Yvan Sagnet.

Secondo un vigile del fuoco che si trovava sul posto al momento dell’incendio «l’incendio è stato troppo violento e improvviso, e quindi non si esclude che possa essere stato appiccato da qualcuno».
Dopo aver riconosciuto i corpi dei propri compagni, gli ultimi abitanti del Ghetto hanno improvvisato un corteo funebre per scortare i feretri dei due ragazzi. «Non si può morire così, come i cani in gabbia» urla Mamadou alla stampa «noi chiediamo solo di lavorare in pace. Dove andremo ora?».
I carri funebri sfilano affianco a cumuli di immondizia bruciata che delimitano le porte del Ghetto. I migranti li lasciano andare soli nel loro viaggio verso l’obitorio e decidono di tornare indietro per potersi organizzare.

Dopo qualche ora accade l’impensabile: un altro incendio di grandi dimensioni distrugge e mortifica le ultime baracche rimaste in piedi. Si odono delle esplosioni, una macchina di un caporale va in fiamme e diverse bombole del gas esplodono pericolosamente tra le baracche. L’aria è irrespirabile. Il ghetto inizia a svuotarsi silenziosamente. Molte persone si dirigono attraversano gli uliveti, simbolo della puglia, con i materassi arrotolati sulla testa. Gli autobus sono pronti ad accoglierli per poterli portare in alcune strutture messe a disposizione della regione e dal comune di San Severo, che saranno attrezzate per accogliere temporaneamente 320 migranti.

Il presidente della Regione Michele Emiliano si dice soddisfatto della «chiusura di questo luogo dove per vent’anni si è calpestata la dignità umana», aggiungendo che «la tragica morte dei due cittadini maliani conferma la necessità di procedere senza indugio alla chiusura del campo, ma lascia un profondo sconforto perché se avessero accettato, come tanti hanno fatto, l’alternativa abitativa adesso sarebbero ancora vivi».

La giornata sta per finire, le fiamme hanno ormai lasciato spazio alla cenere ed al fumo. Il rumore delle ruspe copre ogni suono. Molti migranti non sanno dove andare, nessuno a quanto pare si è preoccupato di spiegare loro cosa stia succedendo: «non mi importa – dice un ragazzo – qualunque posto sarà meglio di questo».

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La meglio schiavitù

da Il Manifesto del 1 Maggio 2014
di Alessandro Tricarico
Foggia

“Lo schiavo che non lotta per liberarsi merita le sue catene”, di questo ne era convinto Thomas Sankara, rivoluzionario ed ultimo presidente dell’Alto Volta, nazione africana oggi conosciuta con il nome di Burkina Faso, ovvero “la terra degli uomini integri”. Difatti, fu proprio Sankara a cambiare il nome della nazione, convinto del fatto che fosse un passo necessario per portare avanti la rivoluzione.

Ma, spesso, chiamare le cose con un altro nome non basta a far sparire tutto il marcio che c’è sotto.

A partire dal primo luglio, il Ghetto di Rignano (Foggia) sarà dismesso grazie ad un piano presentato dall’assessore alla Cittadinanza Sociale della regione Puglia, Guglielmo Minervini: “Capo free – Ghetto off”, liberi dal caporalato – fuori dal Ghetto.

Forse la necessità di svuotare il Ghetto è dettata dalle ripercussioni mediatiche che, ogni anno, durante la raccolta dei pomodori, indignano migliaia di italiani in partenza per le vacanze estive. Oppure, per paura che, dopo Norvegia, Inghilterra e Francia, anche altri paesi europei possano boicottare il pomodoro made in Italy, salito agli onori di cronaca a causa delle disumane condizioni di schiavitù ed alle vessazioni che migliaia di lavoratori stranieri sono costretti a subire quotidianamente. Una realtà fin troppo scomoda che potrebbe danneggiare l’export di prodotti agricoli pugliesi, proprio ora che si appresta a sostituire la Campania, stuprata e contaminata dalla mafia e dai rifiuti.

L’assessore specifica che non si tratta di uno sgombero, ma di un “percorso con la partecipazione di tutti, migranti compresi”. Peccato però che nessuno si sia preoccupato per tempo di avvisare gli abitanti del Ghetto, che, trovandosi di fronte ad un piano già stilato, hanno espresso le loro perplessità.

E’ importante sapere che il Gran Ghettò, come i suoi abitanti francofoni lo hanno soprannominato, è solo una delle tante vergognose realtà che costellano la Capitanata. Esistono dozzine di enormi bacini di utenza, al di fuori delle leggi internazionali, dai quali attingere braccia usa e getta per il lavoro nero.

Durante l’inverno il Ghetto ospita 300 persone, tra queste c’è Mamadou. Viene dal Burkina Faso ed ha 35 anni, 15 dei quali trascorsi in Italia. In passato ha svolto lavori di custode, cameriere, barista e giardiniere presso alcuni residence campani, senza mai firmare un contratto di lavoro. Ha fatto lo stagionale ovunque ce ne fosse stato bisogno e da 2 anni vive nel Ghetto. Dopo 15 anni passati in mezzo agli italiani, lavorando mangiando e dormendo insieme a loro, Mamadou è un fantasma, legalmente mai esistito, ufficialmente mai arrivato.

Oggi, a causa di un trauma alla spina dorsale, ha dei seri problemi che lo costringono al riposo, non può più lavorare nei campi né svolgere mansioni che prevedano sforzo fisico. Nessuna buona uscita, nessun curriculum da aggiornare, nessuna pensione. Grazie ai suoi conterranei riesce ad avere un pasto al giorno, ed il presidio medico itinerante di Emergency gli garantisce un accesso alle cure. Se in passato avesse lavorato sotto contratto, oggi magari vivrebbe in una casa con acqua e luce, oppure sarebbe tornato in Burkina Faso, o forse avrebbe chiesto il ricongiungimento familiare. Ma di sicuro non vivrebbe nella casa colonica che gli ha dato rifugio.

Mamadou siede su di un vecchio materasso ammuffito, con i gomiti sulle ginocchia e la testa bassa, accolta nei palmi delle mani. I suoi occhi sono spenti e lo sguardo assente. Nella casa non c’è luce, i raggi di sole faticano ad entrare dalle finestre chiuse con mattoni e cemento. I muri della stanza, neri di fuliggine come il soffitto, non riflettono quel poco di luce che entra dalla porta. C’è odore di cibo speziato e puzza di plastica bruciata. Un uomo in penombra tossisce, indossa un cappello blu con su scritto: “UIL – uniti nel lavoro”. Dalla porta alle mie spalle entra qualcuno, indossa una vecchia giacca sdrucita da controllore trenitalia, si riesce ad intravedere il simbolo all’altezza del taschino. Mi saluta e prende una sedia di plastica bianca, nera di fuliggine anche lei. Lentamente la stanza inizia a riempirsi di uomini.

Fossimo in Germania negli anni ’50, avrei parlato di loro come Gastarbeiter, “lavoratori ospiti”, soprattutto di origine italiana, spagnola e jugoslava. Solo braccia che svolgevano i lavori più duri e meno qualificati. Lo scrittore Max Frisch, in riferimento alle migrazioni di massa, disse la famosa frase: “volevamo braccia, sono arrivati uomini”. Eserciti di uomini bianchi stipati in piccoli casolari, in condizioni non molto diverse da quelle in cui oggi vive Mamadou.

La piccola assemblea ha finalmente inizio nella casa colonica: una piccola parte dei presenti ha già sentito dire che il Ghetto verrà smantellato il primo di luglio. La paura più diffusa è che andare via da questo posto significhi perdere quei pochi agganci lavorativi maturati negli anni. Pensano che trovare un lavoro, anche se tramite caporale, sia meglio che morire di fame. Questo le aziende lo sanno, dimostrazione del fatto che il caporalato altro non è che figlio dell’attuale modello produttivo.

Nel 2011 si è cercato di attenuare il fenomeno realizzando una legge che inserisce il reato di caporalato nel codice penale, senza però includervi i titolari delle aziende.

Ad esempio: un’azienda agricola assolda un caporale per la raccolta di pomodori, che a sua volta recluta lavoratori senza permesso di soggiorno. A fine stagione, anziché pagare il caporale, il titolare decide di autodenunciarsi. Così facendo i lavoratori verranno rimpatriati, il caporale affronterà un processo penale, rischiando dai 5 agli 8 anni di galera ed una multa da 1.000 a 2.000 euro per ciascun lavoratore reclutato, mentre il proprietario dell’azienda se la caverà con una sanzione amministrativa e con l’esclusione da agevolazioni e finanziamenti per soli 2 anni (5 se recidivo).

Invece di inasprire le pene, la regione ha deciso, tramite il piano regionale, di realizzare delle liste del lavoro, utilizzando un fondo di 800.000 euro sottoforma di contributi per le aziende: 500 euro al mese per ogni assunzione tramite liste per un periodo di 156 giornate lavorative nel biennio, oppure un incentivo di 300 euro per lavoratore assunto almeno 20 giornate continuative di lavoro. Incentivi in denaro per rispettare la legge, alimentando così il teorema tutto italiano secondo il quale: fatta la legge, trovato l’inganno.

L’accoglienza dei migranti, invece, si differenzierà in base alla permanenza sul territorio. Gli stanziali prenderanno parte a vari progetti non ancora ben chiari. Grazie ad un fondo di circa 500.000 euro verranno assegnati “a progetti sperimentali ed innovativi che prevedano la manutenzione di alloggi su demanio”, con il pericolo che la criminalità organizzata, con decennale esperienza nella speculazione edilizia, partecipi alle ristrutturazioni.

Invece, per gli stagionali verranno allestite tendopoli della protezione civile, gestite dalle associazioni di volontariato. Cinque campi con capienza massima di 250 posti ciascuno, attivi dal primo luglio fino a fine settembre. Il rischio che queste tendopoli vengano presidiate per “motivi di sicurezza” e diventino dei CARA a cielo aperto è molto elevato. Infatti, non a caso, i centri di accoglienza sorgono spesso nelle vicinanze delle zone a maggiore vocazione agricola.

C’è bisogno che la regione si assuma tutte le responsabilità derivanti dallo smarrimento lavorativo che avverrà dopo la chiusura del Ghetto. Non si può credere che, dopo decenni di inadempienza e stallo politico, sia così facile passare un colpo di spugna sul Ghetto e sulle politiche perverse che hanno permesso la sua realizzazione.

È necessario che ci sia la consapevolezza che da queste parti la corruzione e la criminalità sono tutt’oggi endemiche e ben radicate. Occorre rispondere con forza ed attuare cambiamenti profondi che possano intaccare l’ormai consolidata consuetudine politica che, a proprio favore e beneficio, sta protraendo da troppi anni la questione meridionale.

La schiavitù non si migliora, si combatte.

Buon Primo Maggio.

 

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Palazzo Guantanamo

da Il Manifesto del 4 Marzo 2014
di Alessandro Tricarico
Palazzo San Gervasio (Potenza)

Bidoni per la raccolta d’acqua ad uso domestico nei casolari dove i lavoratori migranti trovano rifugio

“Quello che fa più rabbia è che da quando ha chiuso siamo stati costretti a cambiare il nostro modo di operare, ora non pensiamo più all’accoglienza ma soltanto all’emergenza” a parlare è Gervasio Ungolo, responsabile dell’Osservatorio Migranti Basilicata. Si riferisce al campo di accoglienza di Palazzo San Gervasio (Potenza) che fino al 2009 ha ospitato 1.500 lavoratori migranti stagionali per la raccolta del pomodoro. Quello che era simbolo di integrazione ed accoglienza, sorto tra l’altro su un bene confiscato alla mafia, oggi non c’è più. Al suo posto c’è un Cie, chiuso ed abbandonato dal Giugno del 2011 grazie ad un’inchiesta giornalistica. Il centro di identificazione ed espulsione è salito agli onori della cronaca nazionale con il nome di “Guantanamo d’Italia”, grazie ad un video girato dai tunisini reclusi al suo interno.
Questo video contiene immagini forti, tra queste una in particolare: un migrante giace a terra, immobile, dopo esser caduto da una recinzione alta 5 metri. I soccorsi tardano ad arrivare. Due poliziotti, anche loro immobili, guardano il ragazzo non sapendo cosa fare. Dall’interno della recinzione si sollevano le urla, le uniche comprensibili sono “perchè” e “terroristi”. Fabrizio Gatti ha paragonato quell’immobilità dei poliziotti all’immagine che “l’Italia sta dando sui suoi rapporti con il nuovo Nord Africa”
Aperto come Cai ( Centro di Accoglienza e Identificazione) cambia il nome in Cara (Centro di Accoglienza Richiedenti Asilo) nel febbraio 2011. In piena emergenza Nord Africa diventa Cie grazie ad un decreto dell’allora presidente del consiglio emanato il 21 aprile dello stesso anno che, con effetto retroattivo, ha fatto in modo che si innalzassero mura di cinta e recinzioni alte 5 metri intorno ai tunisini detenuti sbarcati dopo il 5 aprile, e cioè dopo quella data spartiacque che ha vietato loro il tanto discusso permesso umanitario temporaneo. Permesso con il quale codardamente l’Italia ha fatto un passo indietro dinanzi agli sbarchi e alle vittime del mare. Preferendo rilasciare, invece di far fronte all’emergenza, un permesso di libera circolazione di sei mesi sul territorio italiano, attuando così, la politica dello “scaricabarile”.

Chi gestisce questi centri spesso non ha nessuna qualifica o esperienza, partecipa semplicemente ad una gara di appalto dove un ai detenuti viene assegnato un valore che oscilla tra i 30 e i 60 euro.

La cosa strana è che nel Cie di Palazzo la gestione era stata affidata, senza partecipare ad alcuna gara d’appalto, alla  discussa società trapanese Connecting People, tuttora in attesa di giudizio con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata alla truffa dello Stato e inadempienze di pubbliche forniture per aver “fatturato” un numero di ospiti maggiore di quelli realmente presenti nel Cie di Gradisca, per un danno complessivo di quasi 1,5 milioni di euro. Un vero e proprio business a scapito degli immigrati.
Secondo la Caritas ogni anno la spesa pubblica per la gestione di questi centri è di 55 milioni di euro, ma stiamo parlando di stime perché un dato ufficiale non è mai stato fornito dal Ministero della Giustizia. Stando invece al dossier di Lunaria, nel periodo 2005-2011 lo Stato ha speso 1 miliardo di euro per allestire, gestire, mantenere e ristrutturare i centri. Un impiego di forze e di denaro non indifferente per contrastare l’immigrazione irregolare. I risultati? Ridicoli: il totale dei trattenuti rappresenta lo 0,9% degli immigrati irregolari presenti in Italia, e ad oggi meno della metà dei trattenuti è stato rimpatriato nel suo paese di origine, nonostante abbiano aumentato i tempi di permanenza per l’identificazione da 6 a 18 mesi di reclusione. Parliamo di una detenzione preventiva in vere e proprie carceri speciali e isolate dal resto del mondo. Prigionia arbitraria spesso perpetrata ai danni di innocenti, colpevoli solo di essere arrivati in Italia sprovvisti di un documento. Proprio come Zied, tunisino, che nel Cie di Palazzo San Gervasio ci ha passato un mese ed un giorno, “il tempo non passava più, è come esserci stato per 3 o 4 anni” mi dice al telefono. “Non sono mai stato in carcere, ero in ansia e non riuscivo a dormire, ho chiesto delle medicine per la testa (tranquillanti) e mi hanno dato medicine per la pancia”. Ora vive in Italia, ha ottenuto l’asilo politico e lavora al mercato, “ho la carta d’identità, la patente e la tessera sanitaria. Tu ce l’hai la tessera sanitaria?” mi dice ridendo. Gli chiedo com’era la permanenza nel Cie di Palazzo: “come porci ci trattavano” e non aggiunge altro. Lo credo bene. Il Cie di Palazzo San Gervasio consisteva in una colata di cemento di un ettaro con 18 tende della protezione civile, nelle giornate calde diventava un forno a cielo aperto senza altra possibilità di ombra se non quella delle stesse tende roventi. Un non-luogo dove ogni diritto civile veniva meno, dall’acqua calda alla possibilità di parlare con un avvocato.

interno di un casolare che ospita lavoratori migranti

La chiusura di questo centro è stata una vittoria effimera, dato che nel novembre dello scorso anno si sono regolarmente aperte le buste con i vincitori del bando per la ristrutturazione del Cie di Palazzo San Gervasio e quello di Santa Maria Capua Vetere. Sono stati stanziati 18 milioni di euro, sbloccati da un’ordinanza del capo della protezione civile Franco Gabrielli che ha attinto ai fondi elargiti dell’allora governo Monti per l’Emergenza Nord Africa.

E’ un caso emblematico quello di Palazzo San Gervasio, che ci fa domandare perché proprio ora che il sistema di detenzione dei Cie sta crollando ci sia ancora chi continua ad erigere queste inutili e costosissime carceri.

Ancora una volta i fatti ci hanno dimostrato che non siamo tutti uguali e che per colpa di un passaporto c’è chi è destinato a passare la sua esistenza a testa bassa, chiedendosi il perché non può sperare di sognare una condizione migliore. E poi c’è invece chi può liberamente oltrepassare i confini senza essere arrestato, e forse non si è mai chiesto il perché di così tanta fortuna.

interno di un casolare

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I clandestini e il Big Boss

da Il Manifesto del 22 Ottobre 2013
di Alessandro Tricarico
Zarzis (Tunisia)

 

“It’s a beautiful night for Lampedusa” mi dice Nabil sorridendo, “yes, it’s a beautiful night” gli rispondo senza riuscire a distogliere lo sguardo dal mare: è docile e mansueto, molto più simile ad un lago, il grande lago Mediterraneo.
Nabil si allontana e va a parlare con alcuni pescatori per chiedere se recentemente ci sono stati dei clandestini che hanno preso il largo verso l’Italia, io lo aspetto sulla spiaggia vicina.
Davanti ai miei occhi c’è la notte più nera, una di quelle notti che hanno il potere di tramutare il mare in inchiostro. 
Nell’attesa che ritorni Nabil chiudo gli occhi e provo ad immaginare di essere un clandestino che sta partendo per Lampedusa, respiro la brezza marina a pieni polmoni per prendere coraggio in questo mio “viaggio” e nella mente si affollano le immagini degli sbarchi, dei riflessi dorati delle coperte termiche, dei corpi che vengono cullati e riportati a riva dalla risacca, di tutti quei sacchi neri messi in fila sulla spiaggia. Penso ad un motore che scoppia, ad un’esplosione improvvisa, al fuoco che galleggia sull’acqua, ad uno scafista armato senza scrupoli, alle urla di una giovane madre. Il cuore comincia a battermi forte e la testa non comanda più le gambe. Riapro gli occhi nel pieno di questo incubo e guardo a terra: sabbia, solo soffice sabbia bianca, che per fortuna separa i miei piedi dal mare.

La notte è buia qui nel porto di Zarzis e la luna da sola non basta a far luce su questa distesa di acqua e anime. Impossibile sapere con precisione quanta gente sia annegata in questo immenso lago. Fortress Europe è l’unico blog che ha provato a fare una stima del numero dei dispersi nel mar Mediterraneo. Il risultato: 19.372 persone scomparse nel tentativo di oltrepassare la frontiera europea negli ultimi 25 anni, di cui 2.352 soltanto nel corso del 2011, almeno 590 nel 2012 e già 695 nel 2013.
Fate una pausa e rileggeteli. 
Sono numeri da capogiro.
Come se un’intera cittadina fosse sprofondata all’improvviso.
Sono qui per cercare un trafficante di Esseri Umani.
E’ da giorni ormai che non riesco a pensare ad altro, scandisco lentamente le parole nella mia mente e non vi trovo alcuna logica : “trafficante di Esseri Umani“. Ma forse l’ho ripetuta così tante volte che non ha più senso. No, non credo sia così. Ci riprovo, “trafficante di” pausa “Esseri” pausa “Umani“. Niente. Non trovo nessuna spiegazione.
Eppure l’ONU ci è riuscito benissimo : “Il traffico di esseri umani o tratta di persone è l’attività criminale che comprende la cattura, il sequestro od il reclutamento, nonché il trasporto, il trasferimento, l’alloggio o l’accoglienza di una o più persone, usando mezzi illeciti ed ai fini dello sfruttamento delle stesse.” 

Ma come si trafficano gli esseri umani? Come la merce? Come le bestie?
Provo a chiedere in giro, nei bar, nelle piazze, ma nessuno mi sa rispondere. Molti mi ignorano, facendo finta di non sapere di cosa io stia parlando. Il porto di Zarzis è uno dei maggiori punti di imbarco della Tunisia, da qui partono regolarmente i barconi clandestini per l’Italia, anche se sembra che nessuno se ne sia mai accorto.
Spunta fuori un trafficante, o meglio il nome di un trafficante, si fa chiamare Sagon, come il personaggio cattivo di un vecchio telefilm messicano. Riesco ad incontrarlo dopo essere stato tre giorni chiuso in una villa semi-diroccata, probabilmente utilizzata per ospitare i clandestini in attesa di partenza. Ci incontriamo in una vecchia struttura abbandonata lì vicino, nella periferia di Zarzis. Forse una vecchia scuola. L’ambiente è polveroso, e l’aria viziata mi riempie le narici. Dopo due corridoi trovo Sagon seduto su di una cassapanca al buio, cappuccio tirato su e faccia rivolta verso il muro. Un debole fascio di luce entra tra le lamiere che sostituiscono il tetto sfondato. Non c’è molta luce e non mi è concesso di vederlo in faccia. E’ un ragazzo alto e magro, tipico dei berberi tunisini. Ha di fianco a sé due lattine di birra calde, la prima, vuota ancor prima di iniziare.

Sagon, intervistato in una casa semi-diroccata alla periferia di Zarzis © Alessandro Tricarico

Perché sei un trafficante? Mi risponde che non ha un lavoro vero e che non vuole rubare. Asseconda in un certo qual modo la richiesta del mercato clandestino, tutti vogliono partire ma sono in piccoli gruppi, 2 o 3 persone al massimo. Il suo compito è quello di raggrupparli in una casa ed aspettare che diventino abbastanza da poter essere venduti al “passeur”.
Chi è il “passeur”?
La parola “passeur” in inglese “smuggler” è traducibile con “trafficante”, ed è colui che nella rete del traffico dei clandestini occupa un gradino più in alto, ma non tanto alto da essere un “Big Boss”.
E chi sono i “Big Boss”?
Sono coloro che manovrano i fili dell’immigrazione clandestina, gente ricca, molto ricca, che può permettersi di corrompere la polizia e ricavare così degli extra trafficando Esseri Umani. Persone intoccabili, colletti bianchi, spesso partner commerciali dell’Europa che prendono voli charter a loro piacimento o  viaggiano in business class sopra le teste dei clandestini che mandano a morire. Sagon aggiunge che una nave può costare sui 100.000 Dinari Tunisini, ma nel momento in cui salpa dal porto ne vale il doppio, cioè 200.000 Dinari (circa 90 mila euro). Insomma un guadagno sicuro del 100% per il “Big Boss” senza alcuno sforzo. L’utile di un trafficante come Sagon, invece, è di 400 dinari (circa 180 euro) per clandestino.
Chiedo se ci sono ancora barconi che partono per la Sicilia e lui mi risponde che non è più semplice come due anni fa. Nell’immediato post Ben Alì, infatti, questa cosa avveniva alla luce del sole, nei caffè, per strada. I nomi dei trafficanti erano di dominio pubblico e ben visti dalla popolazione locale, alcuni di loro erano addirittura gli stessi ex poliziotti corrotti del regime che, dopo decenni di soprusi prendevano il largo per non subire la vendetta delle loro vittime.
Scopro con non poca meraviglia che ora, invece, è più sicuro partire dalla Libia. Una volta a destinazione con un po’ di bravura e una buona dose di fortuna potrà fingersi Algerino o Marocchino, evitando così di essere rimpatriato e arrestato in Tunisia (sempre se le autorità non abbiano già le sue impronte digitali). “Ma è pericoloso”, aggiunge Sagon, “perché I Libici mentono, sono persone senza pietà. Obbligano i migranti a salire sulle vecchie navi e se qualcuno di loro fa un ripensamento all’ultimo minuto lo ammazzano, se qualcuno torna indietro lo ammazzano, se qualcuno fa la spia si può considerare un uomo morto”. 
E allora perché la gente parte?
Mi risponde alzando la voce di non credere che la vita qui è bella perché c’è la spiaggia, le palme, il sole… “Hai visto quanta gente c’è nei bar, per strada, senza un lavoro? Qui non c’è niente da fare. L’alternativa è rubare ed andare in carcere. Ecco perché vanno via.”
Chiedo anche che tipo di persone ci sono tra i suoi “clienti”. Impossibile tracciare un profilo del “clandestino tipo”, mi risponde che c’è gente di ogni estrazione sociale: disoccupati, criminali, artisti, studenti, commercianti, donne in cinta. Alcuni, in passato, hanno ricevuto come regalo da parte della propria famiglia un biglietto di sola andata verso l’Italia.
E’ mai successo che un barcone organizzato da te affondasse?
Fiero della sua presunta infallibilità mi risponde di no, “non è mai affondata nessuna delle mie barche”, me lo dice come se fosse una cosa che si potesse prevedere e quindi evitare. “Una sola volta”, dice, “un barcone partito da Zarzis è stato speronato e affondato dalla polizia tunisina”. E’ vero, lo lessi anche io tempo fa: Rais Gantri dirà così alla penna di un giornalista di Repubblica, nel febbraio del 2011 : <<Mentre eravamo in navigazione verso Lampedusa, dopo circa 16 ore dalla partenza, una motovedetta tunisina ci ha intimato di fermarci, cosa che abbiamo fatto, ma il comandante della motovedetta ha fatto una manovra e ci ha speronato, spezzando la nostra barca in due. Gli ufficiali di bordo ridevano perché alcuni di noi non sapevano nuotare. Ci guardavano e ridevano invece di tirarci su. Molti di noi non ce l’ hanno fatta e sono morti annegati >> il bilancio sarà di 40 vittime, sulla barca erano partiti in poco più di un centinaio.
La sua disponibilità alle mie domande comincia a scarseggiare, e dopo alcune risposte monosillabiche decido di chiudere l’intervista chiedendo a Sagon cosa pensa delle frontiere: “non capisco la domanda” mi risponde, provo a ripeterlo ma non ottengo risposta.
E cosa pensi invece del naufragio del 3 ottobre a Lampedusa? Di tutti quei morti in mare negli ultimi anni? “Che Allah li abbia in gloria” è la sua risposta, secca, precisa, immediata. Come se si aspettasse questa domanda dall’inizio dell’intervista.
Che Allah abbia in gloria te Sagon, penso, ma non lo dico. Che possa avere pietà di te e di tutti i miei ed i tuoi connazionali che non hanno alcun rispetto per la vita altrui. Pietà della gente che lucra sulle spalle dei più deboli. Pietà delle anime in pena che rischiano la propria vita pur di poterla vivere.

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Gelsomini Avvelenati

da Il Manifesto del 27 Aprile 2013
di Alessandro Tricarico
REDEYEF (Tunisia)

distese desertiche in provincia di Gafsa © Alessandro Tricarico

A Redeyef non pioveva da 3 anni. Oggi è piovuto.
Entro di corsa in un caffè con la giacca sulla testa, fuori diluvia, ordino un caffè e mi guardo intorno, stranamente nessuno bada a me questa mattina, la gente è serena, sorride e commenta la pioggia. Un buon motivo per starsene rintanati tutto il giorno nel caffè.
Bashir, 33 anni, diplomato in lingue e disoccupato, guarda perplesso fuori dalla finestra, ricorda bene l’ultima volta che ha piovuto così, era il 24 settembre 2009, l’anno della grande inondazione che uccise 23 persone.
“La colpa è stata della CPG” mi dice Bashir senza distogliere lo sguardo dalla finestra, “la Compagnia dei Fosfati di Gafsa” continua “ha distrutto le nostre vite. Le montagne che una volta ci proteggevano sono diventate cumuli di polvere, le barriere naturali hanno ceduto sotto la forza del tritolo utilizzato per gli scavi”.
La CPG ha iniziato la sua attività in questa valle nel 1897, e ad oggi è la quinta estrattrice di fosfati al mondo, tra i primi come qualità e purezza.
La Compagnia dei Fosfati di Gafsa esporta 8 milioni e mezzo di tonnellate l’anno, al prezzo di 700 dollari per tonnellata, praticamente da sola rappresenta un quinto dei profitti statali.
In questa zona la disoccupazione rasenta il 40%, cifra dovuta all’utilizzo delle macchine nelle miniere, che negli ultimi vent’anni hanno dimezzato di oltre il 50% l’organico, facendolo passare da 16.000 ad appena 5.000, con un salario base di 250 Dinari Tunisi (circa 120 euro).
Per decenni la miniera che sovrasta la cittadina di Redeyef si è occupata del trattamento ‘umido’ del minerale, ossia il lavaggio, attività altamente inquinante principalmente per due fattori: primo per le montagne di fosfato in attesa del lavaggio, lasciate a cielo aperto in balia del vento del deserto; e secondo a causa dell’acqua di lavaggio, piena di impurità tossiche e sostanze radioattive quali cadmio e uranio che viene reimmessa nel territorio sotto forma di laghetti artificiali, inquinando così la falda sottostante.
Dal 2008 la fabbrica di lavaggio di Redeyef è ferma, ha smesso di funzionare dopo l’enorme  protesta diventata famosa come “La rivolta di Gafsa”, scoppiata all’indomani di un concorso indetto dalla CPG per 80 posti di lavoro, che ha visto come vincitori amici e parenti degli alti ranghi della società.
La protesta, iniziata nel gennaio 2008 sfocia nel sangue il 6 giugno dello stesso anno.
“La rivoluzione Tunisina è cominciata qui” mi dicono un gruppo di ragazzi nel caffè, “prima di diventare dei Gelsomini  la rivolta era dei Fosfati”.
In paese sono in molti che ci tengono a precisarlo. A quanto pare questa zona vanta un passato di resistenza, su queste stesse montagne, ora dilaniate dal tritolo, si sono nascosti gli storici partigiani che hanno combattuto i coloni Francesi.
Proprio qui, in un paese che dista 420 km da Tunisi e solamente 26 dall’Algeria, è stato scritto uno dei capitoli più importanti della nuova Tunisia.

Mahfoud e Bashir sulla montagna di fosfati che sovrasta la città di Redeyef © Alessandro Tricarico

Fuori la pioggia non accena a diminuire, e il caffè continua a riempirsi di uomini di tutte le età che fumano e ridono e giocano a carte. La situazione non è molto diversa dai giorni di sole. Qui lavoro non ce n’è, l’unica soluzione per i più giovani è l’odiata CPG, che costringe a ritmi di lavoro massacranti per pochi spiccioli, estraendo fosfati a ciclo continuo, tre gruppi per otto ore ognuno, 24 ore al giorno ogni giorno. La fine di ogni turno è scandita da una sirena antiaerea, impossibile non sentirla, che in nessuna dei suoi lamenti quotidiani interfrisce con il canto del muezzin, che riecheggia dal minareto della moschea.
Ci raggiunge Mahfoud 35 anni, alto, snello e con due grandi occhi neri, mi sorride, i suoi denti sono marroni e logori a causa dell’acqua inquinata e delle polveri sottili che circolano nell’aria.
E’ un attivista dell’UDC (Unione dei Laureati Disoccupati), mi racconta delle malattie che affliggono i paesi ricchi di fosfati, e in particolare la sua Redeyef: cancro ai polmoni,  leucemia, calcoli renali, reumatismi e perdita dei denti. L’età media a stento raggiunge i 60 anni.
“Eppure un modo per bonificare le acque reflue esiste” incalza “inoltre potrebbe dare lavoro a molta gente. Invece la CPG continua ad agire indisturbata, anche perchè qui non esiste nessuna legge in materia. Da tempo chiediamo alla CPG di contribuire con il 20% allo sviluppo del territorio, qui c’è bisogno di scuole, ospedali, strade..manca tutto, manca veramente tutto. Siamo costretti a comprare la verdura dalle regioni limitrofe perchè qui non cresce niente, la terra è stata resa sterile. Non possiamo coltivare la nostra terra, capisci?! Di chi è la colpa di tutto questo?” abbassa lo sguardo sul suo caffè e spezzando nervosamente la zolletta di zucchero con la punta del cucchiaino aggiunge “Ci stanno ammazzando tutti, e a nessuno importa niente. Qui non siamo a Tunisi o Djerba o Hammamet, non ci sono turisti. Cosa vuoi che importi al governo di noi”.

Guardo fuori, non piove più, il caffè ho finito di berlo da un pezzo. Mi affaccio fuori dalla porta del locale, l’aria ora è pulita e per un giorno la gente di Redeyef potrà respirare tranquilla, evitando che il vento del deserto inquini anche oggi la loro aria, soffiando sulle montagne di fosfato che da ormai troppi anni è fonte di vita e di morte per questa gente.

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