L’incendio nella notte ai margini delle baracche

Da Il Manifesto Del 16 Febbraio 2019
Di Alessandro Tricarico
San Ferdinando (RC)

Nell’accampamento. Sono 2.600 i migranti sistemati in alloggi di fortuna. Moussa Ba, morto nel rogo, viveva in un rimorchio per cavalli. Era venuto due mesi fa per la raccolta degli agrumi

Nel territorio di San Ferdinando, in provincia di Reggio Calabria, ci sono 5.000 residenti. Nella baraccopoli dove questa notte ha perso la vita Moussa Ba, 28 anni, vivono circa 2.600 migranti.

Moussa era uno delle decine di migliaia di migranti che vivono in Italia, parlano italiano e per sopravvivere sono costretti a fare il girotondo del lavoro stagionale: Sicilia, Calabria, Campania, Puglia. E poi ancora e ancora, senza potersi fermare e rifiatare. Fino a quando non ti viene tolto, in maniera del tutto arbitraria, il permesso di soggiorno, e così diventa anche troppo rischioso andare a vivere in una tendopoli. Devi muoverti, sempre. Se ti fermi sei perduto.

Qui a San Ferdinando aveva trovato riparo in un rimorchio per cavalli trovato (o comprato) chissà dove. Ci vivevano in tre, per la precisione. Fortunatamente gli altri due non erano presenti al momento dell’incendio. Lui era andato a dormire presto perché la mattina dopo si sarebbe dovuto svegliare alle 4 per andare a lavorare. I suoi compagni di stanza, invece, non avevano trovato lavoro in questo finale di stagione. Paradossalmente, la disoccupazione ha salvato loro la vita.

Paco, Senegalese di 57 anni, era amico di Moussa. Si incontravano ogni volta che la ruota delle verdure di stagione era ferma sul simbolo delle arance. Mi dice che Moussa era venuto qui 2 mesi fa per la raccolta, con le dinamiche di sfruttamento che ormai tutti conoscono. Moussa viveva al margine del campo di San Ferdinando, nelle ultime baracche costruite all’occorrenza per ospitare persone durante la raccolta degli agrumi.

Tra le lamiere bruciate, vicino ad alcune pentole carbonizzate c’è Vincent, 40 anni non compiuti e passaporto ghanese. Si rigira tra le mani un paio di forbici da potatura. Quel cumulo di plastica bruciata era la sua casa, ad un paio di metri dai resti della baracca di Moussa circondata da nastro bianco e rosso. Mi dice che qualcuno ha battuto i pugni sulle pareti svegliandolo di soprassalto durante l’incendio. Tutti insieme hanno cominciato a spingere le baracche di cartone verso il fuoco, in infradito, canottiera e storditi dal sonno e dal fumo acre. L’obiettivo era di evitare che il rogo si propagasse verso l’interno. Hanno salvato centinaia di vite.

Ali, 35 anni, viene dal Senegal ed era amico di Moussa. Mi racconta che ieri sera hanno mangiato insieme e come sempre sono andati a letto presto. La piana dove sorge la baraccopoli al calare di sole è molto umida e il freddo ti entra nelle ossa. Mangiavano e parlavano del più e del meno. Mi dice che Moussa era un ragazzo solare, riusciva a trovare la felicità anche in fondo ad una scodella di riso. Negli ultimi giorni gli aveva confidato sorridendo che avrebbe voluto fare una sorpresa a sua madre in Senegal.

Invece un vento di ponente lo ha spazzato via come un residuo secco di una potatura senza terra che negli ultimi mesi ha reso l’Italia un posto più buio.