La meglio schiavitù

da Il Manifesto del 1 Maggio 2014
di Alessandro Tricarico
Foggia

“Lo schiavo che non lotta per liberarsi merita le sue catene”, di questo ne era convinto Thomas Sankara, rivoluzionario ed ultimo presidente dell’Alto Volta, nazione africana oggi conosciuta con il nome di Burkina Faso, ovvero “la terra degli uomini integri”. Difatti, fu proprio Sankara a cambiare il nome della nazione, convinto del fatto che fosse un passo necessario per portare avanti la rivoluzione.

Ma, spesso, chiamare le cose con un altro nome non basta a far sparire tutto il marcio che c’è sotto.

A partire dal primo luglio, il Ghetto di Rignano (Foggia) sarà dismesso grazie ad un piano presentato dall’assessore alla Cittadinanza Sociale della regione Puglia, Guglielmo Minervini: “Capo free – Ghetto off”, liberi dal caporalato – fuori dal Ghetto.

Forse la necessità di svuotare il Ghetto è dettata dalle ripercussioni mediatiche che, ogni anno, durante la raccolta dei pomodori, indignano migliaia di italiani in partenza per le vacanze estive. Oppure, per paura che, dopo Norvegia, Inghilterra e Francia, anche altri paesi europei possano boicottare il pomodoro made in Italy, salito agli onori di cronaca a causa delle disumane condizioni di schiavitù ed alle vessazioni che migliaia di lavoratori stranieri sono costretti a subire quotidianamente. Una realtà fin troppo scomoda che potrebbe danneggiare l’export di prodotti agricoli pugliesi, proprio ora che si appresta a sostituire la Campania, stuprata e contaminata dalla mafia e dai rifiuti.

L’assessore specifica che non si tratta di uno sgombero, ma di un “percorso con la partecipazione di tutti, migranti compresi”. Peccato però che nessuno si sia preoccupato per tempo di avvisare gli abitanti del Ghetto, che, trovandosi di fronte ad un piano già stilato, hanno espresso le loro perplessità.

E’ importante sapere che il Gran Ghettò, come i suoi abitanti francofoni lo hanno soprannominato, è solo una delle tante vergognose realtà che costellano la Capitanata. Esistono dozzine di enormi bacini di utenza, al di fuori delle leggi internazionali, dai quali attingere braccia usa e getta per il lavoro nero.

Durante l’inverno il Ghetto ospita 300 persone, tra queste c’è Mamadou. Viene dal Burkina Faso ed ha 35 anni, 15 dei quali trascorsi in Italia. In passato ha svolto lavori di custode, cameriere, barista e giardiniere presso alcuni residence campani, senza mai firmare un contratto di lavoro. Ha fatto lo stagionale ovunque ce ne fosse stato bisogno e da 2 anni vive nel Ghetto. Dopo 15 anni passati in mezzo agli italiani, lavorando mangiando e dormendo insieme a loro, Mamadou è un fantasma, legalmente mai esistito, ufficialmente mai arrivato.

Oggi, a causa di un trauma alla spina dorsale, ha dei seri problemi che lo costringono al riposo, non può più lavorare nei campi né svolgere mansioni che prevedano sforzo fisico. Nessuna buona uscita, nessun curriculum da aggiornare, nessuna pensione. Grazie ai suoi conterranei riesce ad avere un pasto al giorno, ed il presidio medico itinerante di Emergency gli garantisce un accesso alle cure. Se in passato avesse lavorato sotto contratto, oggi magari vivrebbe in una casa con acqua e luce, oppure sarebbe tornato in Burkina Faso, o forse avrebbe chiesto il ricongiungimento familiare. Ma di sicuro non vivrebbe nella casa colonica che gli ha dato rifugio.

Mamadou siede su di un vecchio materasso ammuffito, con i gomiti sulle ginocchia e la testa bassa, accolta nei palmi delle mani. I suoi occhi sono spenti e lo sguardo assente. Nella casa non c’è luce, i raggi di sole faticano ad entrare dalle finestre chiuse con mattoni e cemento. I muri della stanza, neri di fuliggine come il soffitto, non riflettono quel poco di luce che entra dalla porta. C’è odore di cibo speziato e puzza di plastica bruciata. Un uomo in penombra tossisce, indossa un cappello blu con su scritto: “UIL – uniti nel lavoro”. Dalla porta alle mie spalle entra qualcuno, indossa una vecchia giacca sdrucita da controllore trenitalia, si riesce ad intravedere il simbolo all’altezza del taschino. Mi saluta e prende una sedia di plastica bianca, nera di fuliggine anche lei. Lentamente la stanza inizia a riempirsi di uomini.

Fossimo in Germania negli anni ’50, avrei parlato di loro come Gastarbeiter, “lavoratori ospiti”, soprattutto di origine italiana, spagnola e jugoslava. Solo braccia che svolgevano i lavori più duri e meno qualificati. Lo scrittore Max Frisch, in riferimento alle migrazioni di massa, disse la famosa frase: “volevamo braccia, sono arrivati uomini”. Eserciti di uomini bianchi stipati in piccoli casolari, in condizioni non molto diverse da quelle in cui oggi vive Mamadou.

La piccola assemblea ha finalmente inizio nella casa colonica: una piccola parte dei presenti ha già sentito dire che il Ghetto verrà smantellato il primo di luglio. La paura più diffusa è che andare via da questo posto significhi perdere quei pochi agganci lavorativi maturati negli anni. Pensano che trovare un lavoro, anche se tramite caporale, sia meglio che morire di fame. Questo le aziende lo sanno, dimostrazione del fatto che il caporalato altro non è che figlio dell’attuale modello produttivo.

Nel 2011 si è cercato di attenuare il fenomeno realizzando una legge che inserisce il reato di caporalato nel codice penale, senza però includervi i titolari delle aziende.

Ad esempio: un’azienda agricola assolda un caporale per la raccolta di pomodori, che a sua volta recluta lavoratori senza permesso di soggiorno. A fine stagione, anziché pagare il caporale, il titolare decide di autodenunciarsi. Così facendo i lavoratori verranno rimpatriati, il caporale affronterà un processo penale, rischiando dai 5 agli 8 anni di galera ed una multa da 1.000 a 2.000 euro per ciascun lavoratore reclutato, mentre il proprietario dell’azienda se la caverà con una sanzione amministrativa e con l’esclusione da agevolazioni e finanziamenti per soli 2 anni (5 se recidivo).

Invece di inasprire le pene, la regione ha deciso, tramite il piano regionale, di realizzare delle liste del lavoro, utilizzando un fondo di 800.000 euro sottoforma di contributi per le aziende: 500 euro al mese per ogni assunzione tramite liste per un periodo di 156 giornate lavorative nel biennio, oppure un incentivo di 300 euro per lavoratore assunto almeno 20 giornate continuative di lavoro. Incentivi in denaro per rispettare la legge, alimentando così il teorema tutto italiano secondo il quale: fatta la legge, trovato l’inganno.

L’accoglienza dei migranti, invece, si differenzierà in base alla permanenza sul territorio. Gli stanziali prenderanno parte a vari progetti non ancora ben chiari. Grazie ad un fondo di circa 500.000 euro verranno assegnati “a progetti sperimentali ed innovativi che prevedano la manutenzione di alloggi su demanio”, con il pericolo che la criminalità organizzata, con decennale esperienza nella speculazione edilizia, partecipi alle ristrutturazioni.

Invece, per gli stagionali verranno allestite tendopoli della protezione civile, gestite dalle associazioni di volontariato. Cinque campi con capienza massima di 250 posti ciascuno, attivi dal primo luglio fino a fine settembre. Il rischio che queste tendopoli vengano presidiate per “motivi di sicurezza” e diventino dei CARA a cielo aperto è molto elevato. Infatti, non a caso, i centri di accoglienza sorgono spesso nelle vicinanze delle zone a maggiore vocazione agricola.

C’è bisogno che la regione si assuma tutte le responsabilità derivanti dallo smarrimento lavorativo che avverrà dopo la chiusura del Ghetto. Non si può credere che, dopo decenni di inadempienza e stallo politico, sia così facile passare un colpo di spugna sul Ghetto e sulle politiche perverse che hanno permesso la sua realizzazione.

È necessario che ci sia la consapevolezza che da queste parti la corruzione e la criminalità sono tutt’oggi endemiche e ben radicate. Occorre rispondere con forza ed attuare cambiamenti profondi che possano intaccare l’ormai consolidata consuetudine politica che, a proprio favore e beneficio, sta protraendo da troppi anni la questione meridionale.

La schiavitù non si migliora, si combatte.

Buon Primo Maggio.

 

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