I clandestini e il Big Boss

da Il Manifesto del 22 Ottobre 2013
di Alessandro Tricarico
Zarzis (Tunisia)

 

“It’s a beautiful night for Lampedusa” mi dice Nabil sorridendo, “yes, it’s a beautiful night” gli rispondo senza riuscire a distogliere lo sguardo dal mare: è docile e mansueto, molto più simile ad un lago, il grande lago Mediterraneo.
Nabil si allontana e va a parlare con alcuni pescatori per chiedere se recentemente ci sono stati dei clandestini che hanno preso il largo verso l’Italia, io lo aspetto sulla spiaggia vicina.
Davanti ai miei occhi c’è la notte più nera, una di quelle notti che hanno il potere di tramutare il mare in inchiostro. 
Nell’attesa che ritorni Nabil chiudo gli occhi e provo ad immaginare di essere un clandestino che sta partendo per Lampedusa, respiro la brezza marina a pieni polmoni per prendere coraggio in questo mio “viaggio” e nella mente si affollano le immagini degli sbarchi, dei riflessi dorati delle coperte termiche, dei corpi che vengono cullati e riportati a riva dalla risacca, di tutti quei sacchi neri messi in fila sulla spiaggia. Penso ad un motore che scoppia, ad un’esplosione improvvisa, al fuoco che galleggia sull’acqua, ad uno scafista armato senza scrupoli, alle urla di una giovane madre. Il cuore comincia a battermi forte e la testa non comanda più le gambe. Riapro gli occhi nel pieno di questo incubo e guardo a terra: sabbia, solo soffice sabbia bianca, che per fortuna separa i miei piedi dal mare.

La notte è buia qui nel porto di Zarzis e la luna da sola non basta a far luce su questa distesa di acqua e anime. Impossibile sapere con precisione quanta gente sia annegata in questo immenso lago. Fortress Europe è l’unico blog che ha provato a fare una stima del numero dei dispersi nel mar Mediterraneo. Il risultato: 19.372 persone scomparse nel tentativo di oltrepassare la frontiera europea negli ultimi 25 anni, di cui 2.352 soltanto nel corso del 2011, almeno 590 nel 2012 e già 695 nel 2013.
Fate una pausa e rileggeteli. 
Sono numeri da capogiro.
Come se un’intera cittadina fosse sprofondata all’improvviso.
Sono qui per cercare un trafficante di Esseri Umani.
E’ da giorni ormai che non riesco a pensare ad altro, scandisco lentamente le parole nella mia mente e non vi trovo alcuna logica : “trafficante di Esseri Umani“. Ma forse l’ho ripetuta così tante volte che non ha più senso. No, non credo sia così. Ci riprovo, “trafficante di” pausa “Esseri” pausa “Umani“. Niente. Non trovo nessuna spiegazione.
Eppure l’ONU ci è riuscito benissimo : “Il traffico di esseri umani o tratta di persone è l’attività criminale che comprende la cattura, il sequestro od il reclutamento, nonché il trasporto, il trasferimento, l’alloggio o l’accoglienza di una o più persone, usando mezzi illeciti ed ai fini dello sfruttamento delle stesse.” 

Ma come si trafficano gli esseri umani? Come la merce? Come le bestie?
Provo a chiedere in giro, nei bar, nelle piazze, ma nessuno mi sa rispondere. Molti mi ignorano, facendo finta di non sapere di cosa io stia parlando. Il porto di Zarzis è uno dei maggiori punti di imbarco della Tunisia, da qui partono regolarmente i barconi clandestini per l’Italia, anche se sembra che nessuno se ne sia mai accorto.
Spunta fuori un trafficante, o meglio il nome di un trafficante, si fa chiamare Sagon, come il personaggio cattivo di un vecchio telefilm messicano. Riesco ad incontrarlo dopo essere stato tre giorni chiuso in una villa semi-diroccata, probabilmente utilizzata per ospitare i clandestini in attesa di partenza. Ci incontriamo in una vecchia struttura abbandonata lì vicino, nella periferia di Zarzis. Forse una vecchia scuola. L’ambiente è polveroso, e l’aria viziata mi riempie le narici. Dopo due corridoi trovo Sagon seduto su di una cassapanca al buio, cappuccio tirato su e faccia rivolta verso il muro. Un debole fascio di luce entra tra le lamiere che sostituiscono il tetto sfondato. Non c’è molta luce e non mi è concesso di vederlo in faccia. E’ un ragazzo alto e magro, tipico dei berberi tunisini. Ha di fianco a sé due lattine di birra calde, la prima, vuota ancor prima di iniziare.

Sagon, intervistato in una casa semi-diroccata alla periferia di Zarzis © Alessandro Tricarico

Perché sei un trafficante? Mi risponde che non ha un lavoro vero e che non vuole rubare. Asseconda in un certo qual modo la richiesta del mercato clandestino, tutti vogliono partire ma sono in piccoli gruppi, 2 o 3 persone al massimo. Il suo compito è quello di raggrupparli in una casa ed aspettare che diventino abbastanza da poter essere venduti al “passeur”.
Chi è il “passeur”?
La parola “passeur” in inglese “smuggler” è traducibile con “trafficante”, ed è colui che nella rete del traffico dei clandestini occupa un gradino più in alto, ma non tanto alto da essere un “Big Boss”.
E chi sono i “Big Boss”?
Sono coloro che manovrano i fili dell’immigrazione clandestina, gente ricca, molto ricca, che può permettersi di corrompere la polizia e ricavare così degli extra trafficando Esseri Umani. Persone intoccabili, colletti bianchi, spesso partner commerciali dell’Europa che prendono voli charter a loro piacimento o  viaggiano in business class sopra le teste dei clandestini che mandano a morire. Sagon aggiunge che una nave può costare sui 100.000 Dinari Tunisini, ma nel momento in cui salpa dal porto ne vale il doppio, cioè 200.000 Dinari (circa 90 mila euro). Insomma un guadagno sicuro del 100% per il “Big Boss” senza alcuno sforzo. L’utile di un trafficante come Sagon, invece, è di 400 dinari (circa 180 euro) per clandestino.
Chiedo se ci sono ancora barconi che partono per la Sicilia e lui mi risponde che non è più semplice come due anni fa. Nell’immediato post Ben Alì, infatti, questa cosa avveniva alla luce del sole, nei caffè, per strada. I nomi dei trafficanti erano di dominio pubblico e ben visti dalla popolazione locale, alcuni di loro erano addirittura gli stessi ex poliziotti corrotti del regime che, dopo decenni di soprusi prendevano il largo per non subire la vendetta delle loro vittime.
Scopro con non poca meraviglia che ora, invece, è più sicuro partire dalla Libia. Una volta a destinazione con un po’ di bravura e una buona dose di fortuna potrà fingersi Algerino o Marocchino, evitando così di essere rimpatriato e arrestato in Tunisia (sempre se le autorità non abbiano già le sue impronte digitali). “Ma è pericoloso”, aggiunge Sagon, “perché I Libici mentono, sono persone senza pietà. Obbligano i migranti a salire sulle vecchie navi e se qualcuno di loro fa un ripensamento all’ultimo minuto lo ammazzano, se qualcuno torna indietro lo ammazzano, se qualcuno fa la spia si può considerare un uomo morto”. 
E allora perché la gente parte?
Mi risponde alzando la voce di non credere che la vita qui è bella perché c’è la spiaggia, le palme, il sole… “Hai visto quanta gente c’è nei bar, per strada, senza un lavoro? Qui non c’è niente da fare. L’alternativa è rubare ed andare in carcere. Ecco perché vanno via.”
Chiedo anche che tipo di persone ci sono tra i suoi “clienti”. Impossibile tracciare un profilo del “clandestino tipo”, mi risponde che c’è gente di ogni estrazione sociale: disoccupati, criminali, artisti, studenti, commercianti, donne in cinta. Alcuni, in passato, hanno ricevuto come regalo da parte della propria famiglia un biglietto di sola andata verso l’Italia.
E’ mai successo che un barcone organizzato da te affondasse?
Fiero della sua presunta infallibilità mi risponde di no, “non è mai affondata nessuna delle mie barche”, me lo dice come se fosse una cosa che si potesse prevedere e quindi evitare. “Una sola volta”, dice, “un barcone partito da Zarzis è stato speronato e affondato dalla polizia tunisina”. E’ vero, lo lessi anche io tempo fa: Rais Gantri dirà così alla penna di un giornalista di Repubblica, nel febbraio del 2011 : <<Mentre eravamo in navigazione verso Lampedusa, dopo circa 16 ore dalla partenza, una motovedetta tunisina ci ha intimato di fermarci, cosa che abbiamo fatto, ma il comandante della motovedetta ha fatto una manovra e ci ha speronato, spezzando la nostra barca in due. Gli ufficiali di bordo ridevano perché alcuni di noi non sapevano nuotare. Ci guardavano e ridevano invece di tirarci su. Molti di noi non ce l’ hanno fatta e sono morti annegati >> il bilancio sarà di 40 vittime, sulla barca erano partiti in poco più di un centinaio.
La sua disponibilità alle mie domande comincia a scarseggiare, e dopo alcune risposte monosillabiche decido di chiudere l’intervista chiedendo a Sagon cosa pensa delle frontiere: “non capisco la domanda” mi risponde, provo a ripeterlo ma non ottengo risposta.
E cosa pensi invece del naufragio del 3 ottobre a Lampedusa? Di tutti quei morti in mare negli ultimi anni? “Che Allah li abbia in gloria” è la sua risposta, secca, precisa, immediata. Come se si aspettasse questa domanda dall’inizio dell’intervista.
Che Allah abbia in gloria te Sagon, penso, ma non lo dico. Che possa avere pietà di te e di tutti i miei ed i tuoi connazionali che non hanno alcun rispetto per la vita altrui. Pietà della gente che lucra sulle spalle dei più deboli. Pietà delle anime in pena che rischiano la propria vita pur di poterla vivere.

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