Gelsomini Avvelenati

da Il Manifesto del 27 Aprile 2013
di Alessandro Tricarico
REDEYEF (Tunisia)

distese desertiche in provincia di Gafsa © Alessandro Tricarico

A Redeyef non pioveva da 3 anni. Oggi è piovuto.
Entro di corsa in un caffè con la giacca sulla testa, fuori diluvia, ordino un caffè e mi guardo intorno, stranamente nessuno bada a me questa mattina, la gente è serena, sorride e commenta la pioggia. Un buon motivo per starsene rintanati tutto il giorno nel caffè.
Bashir, 33 anni, diplomato in lingue e disoccupato, guarda perplesso fuori dalla finestra, ricorda bene l’ultima volta che ha piovuto così, era il 24 settembre 2009, l’anno della grande inondazione che uccise 23 persone.
“La colpa è stata della CPG” mi dice Bashir senza distogliere lo sguardo dalla finestra, “la Compagnia dei Fosfati di Gafsa” continua “ha distrutto le nostre vite. Le montagne che una volta ci proteggevano sono diventate cumuli di polvere, le barriere naturali hanno ceduto sotto la forza del tritolo utilizzato per gli scavi”.
La CPG ha iniziato la sua attività in questa valle nel 1897, e ad oggi è la quinta estrattrice di fosfati al mondo, tra i primi come qualità e purezza.
La Compagnia dei Fosfati di Gafsa esporta 8 milioni e mezzo di tonnellate l’anno, al prezzo di 700 dollari per tonnellata, praticamente da sola rappresenta un quinto dei profitti statali.
In questa zona la disoccupazione rasenta il 40%, cifra dovuta all’utilizzo delle macchine nelle miniere, che negli ultimi vent’anni hanno dimezzato di oltre il 50% l’organico, facendolo passare da 16.000 ad appena 5.000, con un salario base di 250 Dinari Tunisi (circa 120 euro).
Per decenni la miniera che sovrasta la cittadina di Redeyef si è occupata del trattamento ‘umido’ del minerale, ossia il lavaggio, attività altamente inquinante principalmente per due fattori: primo per le montagne di fosfato in attesa del lavaggio, lasciate a cielo aperto in balia del vento del deserto; e secondo a causa dell’acqua di lavaggio, piena di impurità tossiche e sostanze radioattive quali cadmio e uranio che viene reimmessa nel territorio sotto forma di laghetti artificiali, inquinando così la falda sottostante.
Dal 2008 la fabbrica di lavaggio di Redeyef è ferma, ha smesso di funzionare dopo l’enorme  protesta diventata famosa come “La rivolta di Gafsa”, scoppiata all’indomani di un concorso indetto dalla CPG per 80 posti di lavoro, che ha visto come vincitori amici e parenti degli alti ranghi della società.
La protesta, iniziata nel gennaio 2008 sfocia nel sangue il 6 giugno dello stesso anno.
“La rivoluzione Tunisina è cominciata qui” mi dicono un gruppo di ragazzi nel caffè, “prima di diventare dei Gelsomini  la rivolta era dei Fosfati”.
In paese sono in molti che ci tengono a precisarlo. A quanto pare questa zona vanta un passato di resistenza, su queste stesse montagne, ora dilaniate dal tritolo, si sono nascosti gli storici partigiani che hanno combattuto i coloni Francesi.
Proprio qui, in un paese che dista 420 km da Tunisi e solamente 26 dall’Algeria, è stato scritto uno dei capitoli più importanti della nuova Tunisia.

Mahfoud e Bashir sulla montagna di fosfati che sovrasta la città di Redeyef © Alessandro Tricarico

Fuori la pioggia non accena a diminuire, e il caffè continua a riempirsi di uomini di tutte le età che fumano e ridono e giocano a carte. La situazione non è molto diversa dai giorni di sole. Qui lavoro non ce n’è, l’unica soluzione per i più giovani è l’odiata CPG, che costringe a ritmi di lavoro massacranti per pochi spiccioli, estraendo fosfati a ciclo continuo, tre gruppi per otto ore ognuno, 24 ore al giorno ogni giorno. La fine di ogni turno è scandita da una sirena antiaerea, impossibile non sentirla, che in nessuna dei suoi lamenti quotidiani interfrisce con il canto del muezzin, che riecheggia dal minareto della moschea.
Ci raggiunge Mahfoud 35 anni, alto, snello e con due grandi occhi neri, mi sorride, i suoi denti sono marroni e logori a causa dell’acqua inquinata e delle polveri sottili che circolano nell’aria.
E’ un attivista dell’UDC (Unione dei Laureati Disoccupati), mi racconta delle malattie che affliggono i paesi ricchi di fosfati, e in particolare la sua Redeyef: cancro ai polmoni,  leucemia, calcoli renali, reumatismi e perdita dei denti. L’età media a stento raggiunge i 60 anni.
“Eppure un modo per bonificare le acque reflue esiste” incalza “inoltre potrebbe dare lavoro a molta gente. Invece la CPG continua ad agire indisturbata, anche perchè qui non esiste nessuna legge in materia. Da tempo chiediamo alla CPG di contribuire con il 20% allo sviluppo del territorio, qui c’è bisogno di scuole, ospedali, strade..manca tutto, manca veramente tutto. Siamo costretti a comprare la verdura dalle regioni limitrofe perchè qui non cresce niente, la terra è stata resa sterile. Non possiamo coltivare la nostra terra, capisci?! Di chi è la colpa di tutto questo?” abbassa lo sguardo sul suo caffè e spezzando nervosamente la zolletta di zucchero con la punta del cucchiaino aggiunge “Ci stanno ammazzando tutti, e a nessuno importa niente. Qui non siamo a Tunisi o Djerba o Hammamet, non ci sono turisti. Cosa vuoi che importi al governo di noi”.

Guardo fuori, non piove più, il caffè ho finito di berlo da un pezzo. Mi affaccio fuori dalla porta del locale, l’aria ora è pulita e per un giorno la gente di Redeyef potrà respirare tranquilla, evitando che il vento del deserto inquini anche oggi la loro aria, soffiando sulle montagne di fosfato che da ormai troppi anni è fonte di vita e di morte per questa gente.

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